sabato 24 giugno 2017

La NASA ha datato gli strati di ghiaccio delle Groenlandia

Questa visualizzazione e animazione realizzata da Cindy Starr della NASA GSFC, mostra una nuova mappa in 3D degli strati di ghiaccio della Groenlandia e descrive i tre diversi periodi climatici che hanno caratterizzato gli ultimi 90,4 mila anni. Per quasi un secolo gli scienziati hanno studiato la morfologia e il flusso del ghiaccio della Groenlandia, misurando con i Satelliti e con appositi strumenti caricati a bordo sugli aerei, le variazioni dello spessore del ghiacciaio.                                    

Autori dell'animazione:

Cindy Starr (GST): Lead Visualizer
Greg Shirah (NASA/GSFC): Animator
Jefferson Beck (USRA): Video Editor
Cindy Starr (GST): Video Editor
Joe MacGregor (University of Texas): Narration
Jefferson Beck (USRA): Narration
Mark Fahnestock (University of Alaska): Narration
Cindy Starr (GST): Narration
Jefferson Beck (USRA): Narrator
Jefferson Beck (USRA): Producer
Joe MacGregor (University of Texas): Lead Scientist
Mark Fahnestock (University of Alaska): Scientist
Laurence Schuler (ADNET Systems, Inc.): Project Support
Ian Jones (ADNET Systems, Inc.): Project Support
Stuart A. Snodgrass (HTSI): Video Editor                                                                                                                                     
Bibliografia: MacGregor, J.A., M.A. Fahnestock, G.A. Catania, J.D. Paden, S. Gogineni, S.K. Young, S.C. Rybarski, A.N. Mabrey, B.M. Wagman and M. Morlighem, Radiostratigraphy and age structure of the Greenland Ice Sheet, J. Geophys. Res. Earth Surface, 2015, doi: 10.1002/2014JF003215
( http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2014JF003215/abstract ).

M. Morlighem, E. Rignot, J. Mouginot, H. Seroussi and E. Larour, Deeply incised submarine glacial valleys beneath the Greenland Ice Sheet, Nat. Geosci., 7, 418-422, 2014, doi:10.1038/ngeo2167
( http://www.nature.com/ngeo/journal/vaop/ncurrent/full/ngeo2167.html ).                                                                                                                                               

mercoledì 21 giugno 2017

Quantificazione dell'aumento del colpo di calore su scala globale a causa dei cambiamenti climatici

Mappa che mostra il rischio di esposizione ai colpi di calore nel mondo. fonte: Climate Central.
Il cambiamento climatico può aumentare il rischio di condizioni che superano la capacità di termoregolazione umana.  Anche se esistono numerosi studi che riportano una maggiore mortalità associata a eventi di caldo estremi 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, risulta impegnativo quantificare il rischio globale di mortalità correlata al caldo eccessivo per la mancanza di dati  2, 3, 4, 5. Nello studio Camilo Mora et al., (2017), pubblicato su Nature Climate Change, i ricercatori hanno condotto un'analisi globale sulle ondate di calore letali per identificare le condizioni climatiche associate ai decessi. Esaminando i documenti pubblicati tra il 1980 e il 2014, hanno individuato 783 casi di mortalità in eccesso associati alle ondate di calore verificatesi in 164 città situate in 36 Stati. Sulla base delle condizioni climatiche di questi eventi letali, abbiamo individuato una soglia globale al di là della quale la temperatura media giornaliera dell'aria e dell'umidità relativa diventano mortali. Circa il 30% della popolazione mondiale è attualmente esposta a condizioni climatiche superiori rispetto a questa soglia mortale per almeno 20 giorni all'anno. Entro il 2100, questa percentuale è destinata ad aumentare di circa ~ 48% in uno scenario che prevede una drastica riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, e del ~ 74% in uno scenario di aumento delle emissioni. La crescente minaccia alla vita umana determinata dalle ondate di caldo intenso sembra quasi inevitabile, ma sarà aggravata ulteriormente se non verrano ridotte le emissioni dei gas a effetto serra.

martedì 20 giugno 2017

Inquinamento atmosferico da piombo? In Europa esiste da 2000 anni, e non dalla rivoluzione industriale del 1700

Il grafico mostra le concentrazioni di piombo degli ultimi 2000 anni. Fonte: Alexander More/AGU/GeoHealth.
Un nuovo studio che ha analizzato i dati paleoclimatici tramite il carotaggio dei ghiacciai europei, e i dati storici inerenti alla pandemia della peste nera avvenuta tra il 1349-1353, dimostra che l'estrazione mineraria e la lavorazione dei metalli in Europa hanno contaminato l'ambiente per migliaia di anni, sfidando la convinzione ormai diffusa che l'inquinamento ambientale iniziò con la rivoluzione industriale tra il 1700 e il 1800. Il nuovo studio, pubblicato su GeoHealth, una rivista dell'American Geophysical Union, dimostra che il livello naturale del piombo nell'aria è sostanzialmente uguale a zero, contrariamente alle teorie comuni. La ricerca mostra che l'inquinamento da piombo derivante dall'estrazione e dalla fusione dei metalli si verificò ben prima della Rivoluzione Industriale, e si arrestò solo quando si concluse la pandemia della Peste Nera, riportando la qualità dell'aria ai livelli naturali. I ricercatori affemano che: "Questi nuovi dati mostrano che l'attività umana ha inquinato l'aria in Europa quasi ininterrottamente nel corso degli ultimi 2000 anni. Solo il crollo demografico e il declino dell'attività economica - causato dalla malattia pandemica - ridusse l'inquinamento atmosferico". I nuovi risultati potrebbero influenzare gli standard attuali per l'inquinamento da piombo. La politica sanitaria e ambientale attuale ritiene che i valori dell'inquinamento da piombo pre-industriale siano "naturali", e quindi presumibilmente "sicuri". Tuttavia, secondo gli autori dello studio, sarebbe necessario riesaminare questa 'teoria'. Il piombo è uno degli inquinanti ambientali più pericolosi ed è tossico per il cervello già nei valori minimi. Secondo il Medico specialista Philip Landrigan, che lavora al Medical Center di Mount Sinai a New York, che non é un autore del nuovo studio, "nessun livello di piombo può essere considerato sicuro nei bambini. Ed é chiaro che il piombo ha effetti durevoli sulla vita dei bambini". Nel nuovo studio, gli storici dell'Università di Harvard a Cambridge e del Massachusetts, hanno collaborato con i climatologi dell'Istituto per il Cambiamento Climatico dell'Università del Maine di Orono. Il gruppo ha scelto di esaminare i dati paleoclimatici delle concentrazioni di piombo nell'aria, perché è un inquinante pericoloso e serve come proxy per stabilire la 'salute' dell'attività economica: che incrementa quando le economie crescono e decresce quando c'é una riduzione. Attualmente  il piombo é un inquinante presente in concentrazioni elevate soprattutto nelle aree urbane durante l'inverno, o quando le condizioni meteorologiche non consentono il ricircolo dell'aria.

venerdì 16 giugno 2017

Le Scogliere di Moher in Irlanda


Fotografia di Bjørn Christian Tørrissen.
Fotografia di Clethbridge8. 
Circa 320 milioni di anni fa, durante il Carbonifero superiore, l'area dove ora ci sono le Scogliere di Moher,  costituite da roccia scistosa, sedimentaria e arenaria, aveva una temperatura più calda di quella attuale, ed era situata in prossimità della foce di un fiume di dimensioni notevoli. Le piogge persistenti e intense crearono delle imponenti inondazioni che trasportarono i sedimenti, formati da sabbia e fango, nei fiumi che scorrevano verso il mare. Nel corso del tempo la sabbia e il fango hanno sperimentato il processo di litificazione; grazie a questo, ora possiamo ammirare queste splendide scogliere. I singoli strati di roccia variano, il punto più alto delle scogliere, che sono lunghe circa otto chilometri, raggiunge i 217 metri d'altezza e si affaccia sull'Oceano Atlantico. Ogni strato rappresenta un evento specifico della vita dell'antico delta. Oggi le scogliere stanno subendo l'erosione costiera a causa delle onde che si infrangono con violenza contro le pareti di roccia. RIFERIMENTI:  Geology and Cliffs of Moher Geopark | Quarrying - Official Site. The Geological Society, Geological Survey of Ireland.

lunedì 12 giugno 2017

Il ruolo degli Oceani nell'assorbimento della CO2 atmosferica

Gli Oceani svolgono un ruolo molto importante nell'assorbimento dell'anidride carbonica e del calore presente nella troposfera. Questo assorbimento può contribuire a mitigare gli effetti delle emissioni antropiche di CO2. La circolazione invertita dell'Atlantico meridionale (AMOC) funge da nastro trasportatore di acqua oceanica dalla Florida alla Groenlandia. Lungo il viaggio a Nord, l'acqua vicino alla superficie assorbe i gas a effetto serra, che affondano mentre l'acqua si raffredda quando raggiunge la Groenlandia.

mercoledì 7 giugno 2017

I resti di un antico Homo sapiens scoperti in Marocco riscrivono la nostra storia evolutiva

L'immagine mostra il confronto tra due crani del genere Homo, quello di Jebel Irhoud a destra e quello di un caucasoide odierno a sinistra.

Questa ricostruzione ipotetica di un Australomelanesoide o più semplicemente Australoide, realizzata da Kennis & Kennis, mostra come poteva essere l'Homo sapiens scoperto in Marocco da Jebel Irhoud (Direttore di Antropologia evolutiva presso l'Istituto Max Planck di Lipsia). Secondo le ipotesi più accreditate, gli  Australomelanesoidi deriverebbero dalle forme arcaiche di Homo sapiens sapiens di Giava (Wadjak) adattatesi ai nuovi ambienti durante la fase finale della glaciazione Würm. In effetti, rispetto agli altri gruppi melanodermi dell'Asia e dell'Africa, presentano caratteri più arcaici: cranio dolicocefalo di piccola capacità (1100-1300 cm3) con pareti spesse, volta alta e non di rado appiattita; faccia larga con accentuato prognatismo alveolare, orbite basse con forte rilievo sopraorbitario; bocca larga, con labbra spesse; naso con radice infossata, pinne assai dilatate e dorso prominente a volte convesso; corporatura longilinea con ossatura grossa e frequente macroschelia; statura da medio-bassa a medio-alta. (Enciclopedia De Agostini).

I resti scheletrici del Marocco risalenti a 315.000 anni fa postdatano le origini delle nostre specie di 100.000 anni e suggeriscono che l'Homo sapiens non si evolse esclusivamente nell'Africa orientale. I ricercatori hanno affermato in due nuovi studi pubblicati su Nature: Hublin, J. et al. (2017) e Richter, D. et al. (2017), di aver trovato il più antico Homo sapiens in un luogo inconsueto - per quanto rigurda gli studi dell'Antropologia evolutiva. In un sito archeologico vicino alla costa Atlantica, le scoperte di un cranio e delle ossa di due mandibole identificate come parti anatomiche dei primi membri della nostra specie, sono state datate circa 315.000 Kya. Ciò indica che Homo sapiens è apparso più di 100.000 anni prima di quanto ipotizzato in precedenza: la maggior parte dei ricercatori ha collocato le origini della nostra specie nell'Africa orientale circa 200.000 anni fa. I reperti descritti il ​​7 giugno su Nature, non suggeriscono un origine Nord africana dell'Homo sapiens, ma mostrano che la nostra specie si sia evoluta in tutto il Continente anziché in un'area specifica, quella subsahariana. Ovviamente, due studi, anche se sono stati pubblicati sulla rivista scientifica più autorevole del mondo non rappresentano una certezza assoluta. Per riscrivere i testi di Antropologia evolutiva ci vorranno altre conferme nel corso degli anni.

Il Tyrannosaurus rex non era completamente piumato

Un Tyrannosaurus rex (senza piume) insegue un Triceratops horridus, Illustrazione di Vlad Konstantinov.
Questo é un argomento ormai dibattuto dagli anni 90 - come la causa dell'estinzione dei dinosauri non aviani - da quando i paleontologi scoprirono diversi reperti fossilizzati di teropodi piumati nelle formazioni geologiche mesozoiche note soprattutto ai geologi. Evito di raccontare tutta la letteratura in merito perché altrimenti mi dilungherei troppo rischiando di diventare noioso, veniamo al dunque. La notizia di oggi é lo studio pubblicato su Biology Letters, Bell et al., (2017), che analizza alcuni frammenti di pelle fossilizzata di T-rex (HMNS 2006.1743.01), già noti ai paleontologi dagli anni 90. Questi resti confrontati con altri reperti fossili di Tirannosauridi suggeriscono la presenza di squame su gran parte del corpo, anche se, secondo il Paleontologo Andrea Cau, squame e piume si fossilizzato in contesti deposizionali differenti, quindi lui manifesta un certo scetticismo. I tegumenti dell'Albertosaurus, Daspletosaurus, Gorgosaurus, Tarbosaurus e del Tyrannosaurus coprivano complessivamente le parti del collo, dell'addome, dei fianchi e della coda, suggerendo che la maggior parte (se non tutti) dei tirannosauridi fossero squamati e, anche se parzialmente, le piume erano limitate al dorso. I tirannosauridi non presentano quindi le piume filamentose ampiamente distribuite presenti invece nel Dilong e nello Yutyrannus, dove le scaglie non sono note [Xu X et al., (2012) Xu X  et al.,(2004)]. Infatti, all'interno dei Coelurosauria le piume coprivano virtualmente l'intero corpo [Currie PJ et al., (2001), JS et al., (2007)]. D'altra parte, le strutture filamentose sono state scoperte solo in alcuni neorniti [Godefroit P et al., (2014)], anche se é stata effettuata una revisione su queste strutture filamentose con piume di teropode [Barret PM et al., (2015)]. Infine, la presenza di scaglie epidermiche in un grande individuo adulto non esclude la possibilità che i teropodi più giovani fossero dotati di piume, una fase dello sviluppo che, dai dati che abbiamo, sarebbe in ogni caso senza precedenti. Il Dr. Thomas Holtz, uno dei maggiori esperti di tirannosauridi a livello mondiale, da una breve lezione sulla nuova notizia, sperando che sia chiaro a tutti: Il fatto che vi siano le squame, non esclude l'esistenza di piume, e viceversa.

Il risultato dell'orogenesi Caledoniana

Affioramento della stessa roccia metamorfica. Foto pubblicata su Pinterest. Video di Nacy Brown.
Fotografia pubblicata da @Jesper Dramsch su geophysicist.com.
Siamo nei pressi del Gorgo di Saltstraumen a Bodo in Norvegia. Questa orogenesi si sviluppò in seguito all'apertura, chiusura e distruzione dell'Oceano Giapeto nel periodo Cambriano, circa 505 Ma (Finnmarkian phase), Torsvik & Rehnström (2003), fino alla fine del Siluriano, circa 420-405 Ma. Torsvik et al. (1996). Alcuni sedimenti sono stati trasformati ad una temperatura ridotta ma con pressioni elevate. Questo tipo di metamorfismo é conosciuto come lo Scisto blu, il Glaucofane é il minerale che ha caratterizzato il colore. Altri sedimenti sono stati riscaldati ad una temperatura più elevata ma hanno subito una pressione relativamente più bassa come lo scisto verde, (scisto verde glaucofanitico) . Dopodiché, la roccia che é sprofondata e si é sedimentata ad alte temperature, é l'anfibolite. Questo livello di metamorfismo estremo è stato raggiunto soprattutto quando i continenti della Baltica e della Laurentia si sono scontrati ponendo fine al processo subduzione, il prisma di accrezione è stato compresso, addensato, allungato, contorto, tagliato e poi riscaldato

martedì 6 giugno 2017

Qual é la Montagna più alta della Terra?

Monte Chimborazo, foto bubblicata sul sito atlasandboots.com.
Qualche mese fa mi sono imbattuto in una discussione - sul sito dei Geologi italiani - in cui l'autore dell'articolo e del post affermavano che la montagna più alta fosse il Chimborazo; questo, secondo nuove misurazioni GPS effettuate da un gruppo di scienziati del Geographic Military Institute dell'Equador e del Development Research Institute francese. Ovviamente, il dubbio ha 'spolverato' le mie antiche nozioni di Geografia. Che cos'é l'altitudine? L'altitudine é la distanza verticale che parte da un punto di riferimento che chiamiamo 0, e raggiunge un punto X, il punto 0 é rappresentato convenzionalmente dal livello del mare, il punto X rappresenta l'altezza massima del corpo o dell'oggetto che stiamo misurando. E' noto che il Monte Everest, situato in Nepal e in Tibet, sia la montagna più alta sulla Terra con i suoi 8.848 metri, ma, partendo dal livello medio della superficie oceanica da cui vengono misurate tutte le altezze sulla Terra. Ciononostante,  l'Everest non è il punto più lontano dal centro della Terra, in quanto, la Terra non è una sfera perfetta, ma ha una circonferenza maggiore all'Equatore a causa della forza centrifuga generata dalla rotazione costante del Pianeta. A causa di questo, il punto più alto dal centro della Terra è il picco del Monte Chimborazo in Ecuador, situato a sud dell'Equatore, dove la circonferenza terrestre raggiunge un diametro maggiore. Il vertice del Chimborazo raggiunge i 6.310 s.l.m.   cioè, sopra il livello del mare. Tuttavia, a causa della rigonfiamento della Terra, il vertice del Chimborazo è più distante dal centro della Terra - rispetto al picco dell'Everest - di 2.072 metri. Il Mauna Kea, un vulcano situato nell'Oceano Pacifico, é la 'Montagna' più alta sulla Terra dalla base. Riferimenti scientifici: National Ocean Service - What is the highest point on Earth as measured from Earth's center? - National Geographic - What's Up, Mount Everest
Foto pubblicata su Monte Everst 3D.

lunedì 5 giugno 2017

La Pietra di Petoskey

La Pietra di Petoskey è un corallo coloniale fossile dell'Ordine dei Rugosa, la Hexagonaria percarinata, che visse nei caldi mari del Givetiano (Devoniano medio) circa 387.7-382.7 Ma., dove ora c'é lo Stato del Michigan. Questo tipo di fossili si trova solo nella Gravel Point Formation.

I Satelliti hanno quantificato la fusione annuale dell'Antartide e della Groenlandia



ANTARTIDE.  Il volume della Calotta Antartica si é ridotto negli ultimi anni. La ricerca basata sulle osservazioni dei Satelliti della NASA/German Aerospace Center’s twin Gravity Recovery and Climate Experiment (GRACE) indica che tra il 2002 e il 2016, l'Antartide ha perso circa 125 miliardi di tonnellate di ghiaccio all'anno, che hanno aumentato il livello dell'Oceano di 0,35 millimetri all'anno.                                                                                                                                                                            GROENLANDIA. Il volume della Calotta Glaciale della Groenlandia si é ridotto di 125 miliardi di tonnellate di ghiaccio all'anno, tra il 2002 e il 2016, a causa dell'aumento della temperatura. Questo ha determinato l'innalzamento del livello dell'Oceano di 0,8 mm all'anno. La ricerca si é basata sulle osservazioni dei Satelliti Twin Gravity Recovery e Climate Experiment (GRACE). CAUSE: I processi fisici che determinano un aumento del livello del mare sono evidenziati nell'animazione. Le cause principali sono dovute all'espansione termica degli Oceani, in quanto accumulano il caldo eccessivo causato dalle emissioni dei gas a effetto serra. 2) Alla fusione dei  ghiacciai, nonché ai cambiamenti nello stoccaggio delle acque sotterranee come i laghi. A livello regionale, le variazioni del livello del mare si differenziano notevolmente. Le ragioni di questo sono dovute alle modifiche di densità dell'acqua marina, che sono influenzate a loro volta dalla salinità e dalla temperatura.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

giovedì 1 giugno 2017

La Baia di Ha Long in Vietnam


Foto della Getty images.
Foto pubblicata su misadventures

Foto della Hongyi.com 
Hạ Long Bay ha sperimentato almeno 500 milioni di anni di orogenesi, in quanto é stata sottoposta ad un susseguirsi di trasgressioni e regressioni marine che hanno modificato la topografia a la geomorfologia dell'area. E' costituita da 2000 isole calcaree ed é situata in Vietnam a 164 Km dalla Città di Hanoi. Durante il periodo Ordoviciano e Siluriano (500-410 Ma), l'attuale Baia di Ha Long risultava sommersa da un mare profondo che si ridusse in seguito tra il Carbonifero e il Permiano (340-250 Ma). Halong Bay si é formata grazie alla deposizione di calcare marino che superò i mille metri 340-240 milioni di anni fa. Inoltre, il processo di erosione permanente causato dalle piogge e dalle correnti mareali ha scolpito queste formazioni geologiche rendendole uniche; come i laghi carsici e un complesso sistema di grotte rimaste intatte per milioni di anni. Fonti: Geological history of Ha Long Bay - Ha Long Bay - UNESCO World Heritage Centre.

mercoledì 31 maggio 2017

La Foresta di Pietra nella provincia dello Yunnan in Cina

Fotografia pubblicata su guidadiviaggio.it
Fotografia pubblicata da misadventuresmag.com

Dove ora c'é la cosiddetta 'Foresta di Pietra' o Shilin, circa 270 milioni di anni fa si estendeva un mare poco profondo. I grandi depositi di pietra arenaria sono stati sovrastati dal calcare accumulatosi in questo Bacino durante il periodo Permiano. L'innalzamento di questa regione si è verificato successivamente alla deposizione e all'esposizione degli agenti atmosferici come il vento e le precipitazioni, che hanno modellato queste guglie rocciose cosi come noi le possiamo ammirare oggi. Fonte: University of Huston - A Virtual Field Trip to the Stone Forest, Kunming, Republic of China.

Il primate più antico viveva sugli alberi e non sul terreno

Uno studio pubblicato su The Royal Society che analizza uno scheletro parziale del più antico primate scoperto nel Nuovo Messico, datato 62 Ma, suggerisce che i nostri antenati vivevano sugli alberi e non sulla terra. Lo scheletro è stato scoperto nel Bacino di San Juan da Thomas Williamson, curatore del Museo di Paleontologia al New Mexico Museum of Natural History & Science, e dai suoi figli gemelli, Taylor e Ryan. Lo studio dimostra che Torrejonia, un piccolo mammifero proveniente da un gruppo estinto di primati chiamati Plesiadapiformi, possedeva delle caratteristiche scheletriche adatte a vivere sugli alberi, rappresentate da dei giunti flessibili che servivano per arrampicarsi e aggrapparsi ai rami. In precedenza, i ricercatori proposero che, i Plesiadapiformi appartenenti ai Palaechthonidae, la famiglia cui appartiene Torrejonia, fossero terrestri, questo, secondo i dati basati sui dettagli anatomici dei fossili cranici e dentali che sono coerenti con gli animali che si nutrono di insetti a terra.  Secondo l'autore principale dello studio, Stephen Chester, un assistente presso il Brooklyn College, City University di New York e  co-curatore del Museo di Paleontologia dei Vertebrati alla Yale Peabody Museum, "Questo è il più antico scheletro parziale di un plesiadapiforme puro che dimostra senza dubbio, che la loro vita fosse prevalentemente arboricola. Ora abbiamo prove anatomiche dalla giunzione delle spalle, del gomito, dell'anca, del ginocchio e della caviglia che ci permettono di valutare dove vivevano questi animali". Lo studio, che é stato pubblicato oggi 31 maggio, sostiene l'ipotesi che i Plesiadapiformi, che comparvero poco dopo l'estinzione di dinosauri non aviani, furono i primi primati. I ricercatori sostengono inoltre che i nuovi dati forniscono ulteriori prove che tutti i primati geologicamente più vecchi conosciuti da resti scheletrici, che comprendevano diverse specie, fossero arboricoli.

domenica 28 maggio 2017

La valle di Quebrada de Humahuaca, un sito geologico di notevole importanza

Fotografia pubblicata da Paula Colantonio su argentravel.es.
Cerro de los Siete Colores (La Collina dai Sette Colori). La storia geologica di questa formazione é abbastanza complessa. Il blocco si é creato in seguito alla deposizione dei sedimenti marini, ed é stato scolpito successivamente dall'erosione di correnti fluviali, infine, le spinte tettoniche hanno innalzato la roccia che ora è visibile in tutto il suo splendore.
Fotografia pubblicata da Paula Colantonio su argentravel.es.

La struttura raffigurata nella foto é composta da pieghe, anticlinale e sinclinale, con rocce del Cretaceo superiore nello strato inferiore, mentre lo strato più recente é del Paleocene inferiore. La parte retrostante é costituita da rocce dell'Ordoviciano,
La valle di Quebrada de Humahuaca situata nella provincia di Jujuy in Argentina é un sito geologico di notevole importanza nominata il 2 Luglio del 2003 Patrimonio Mondiale dell'Umanità dall'UNESCO.  La litologia ci suggerisce ché questa struttura é composta da scisti, quarziti abbastanza morbide, peliti e ardesie della formazione Precambriana di Puncoviscana, da arenaria quarzosa molto resistente, quarziti della formazione Cambriana del gruppo Mes'on e da peliti facilmente erodibili del gruppo Santa Victoria dell'Ordoviciano. Bibliografia: (Ramos et al.,1967; Turner,1970;Amengual and Zanettini,1974).

martedì 23 maggio 2017

Il Graecopithecus freybergi scoperto in Grecia potrebbe rappresentare la specie più antica di ominide?

Modello di Elevazione Digitale della Regione greca Attica A, e della Bulgaria meridionale (Tracia) B. da
  Böhme et al., (2017).
Illustrazione di Velizar Simeonovski, Fuss et al., (2017),
Due studi pubblicati su PLoS ONE, Fuss et al., (2017) Böhme et al., (2017), relativi a due fossili di 7,2 milioni di anni provenienti dall'Europa meridionale, suggeriscono che i deiscendenti degli esseri umani si separarono dalle grandi scimmie centinaia di migliaia di anni prima di quanto ipotizzato in precedenza, quindi circa 7 milioni di anni fa. Grazie al sequenziamento del DNA, sappiamo che i nostri antenati e gli scimpanzè (Pan troglodytes) si separarono da un antenato in comune, ma c'è un dibattito acceso sulla tempistica e sull'ubicazione di questa separazione evolutiva. Ora, una squadra internazionale di ricercatori afferma di aver trovato l'ominide più antico, sfidando le attuali teorie sulle origini dell'evoluzione del genere Homo. In un nuovo studio, i ricercatori hanno riesaminato il Graecopithecus freybergi, una specie poco conosciuta dalla tassonomia incerta, originariamente descritta da un fossile trovato nel 1944 in Grecia. Nel 2012, all'osso della mascella del Graecopithecus freybergi venne montato un premolare del Graecopithecus trovato in Bulgaria datato 7.24-7125 Ma, quindi del Messiniano superiore. Utilizzando la tomografia computerizzata e le ricostruzioni 3D delle radici e della struttura interna dei denti fossilizzati, gli scienziati hanno individuato alcune caratteristiche degli esseri umani moderni e dei loro antenati primitivi, osservando la fusione delle radici dei premolari. Madelaine Böhme, durante un intervista ha affermato che: “Gli ominidi possedevano due o tre radici separate e divergenti, invece le radici del Graecopithecus risultavano convergenti e parzialmente fuse, una caratteristica dell’uomo moderno e di molti ominidi, tra cui l'Ardipithecus e l'Australopithecus” David Begun dell'Università di Toronto, coautore dello studio, ha dichiarato su ScienceAlert: "Se questo fossile rappresenta veramente quello di un essere umano, potrebbe essere l'antenato più antico conosciuto dell'uomo e il primo ad essere identificato al di fuori dell'Africa". Ovviamente, questo studio necessita di ulteriori conferme per poter affermare con certezza che questa specie di ominide possa essere la più antica, come spiega Elena Dusi su cinquantamilacorriere.it. Tuttavia, Julien Benoit un Paleontologo dei vertebrati nonché paleobiologo, hs affermato in un intervista su The Conversation, che non ci sono prove sufficienti da poter attribuire un origine europea al genere Homo. L'origine africana dell'umanità (Hominini) è attualmente supportata da due elementi molto importanti. In primo luogo, migliaia di fossili di hominini sono stati trovati sul suolo africano dal momento che il primo ominino africano, l'Australopithecus africanus, è stato scoperto in Sudafrica nel 1924. Dopodiché, ci sono state quasi un secolo di scoperte di fossili che hanno dimostrato che l'evoluzione dell'ominina fosse avvenuta nel Continente africano. Questi fossili vanno dal Sahelanthropus, che visse tra sei e sette milioni di anni fa in quello che è oggi il Ciad, al più recente Homo sapiens proveniente dall'Africa orientale. In secondo luogo, i nostri parenti più vicini, gli scimpanzé e i gorilla provengono anch'essi dall'Africa. I nostri ultimi antenati vivevano tra gli otto a dodici milioni di anni fa in Africa,  questo suggerisce che l'origine dell'umanità è profondamente radicata in Africa. Ciò lascia poco spazio per una presunta origine europea.  I Neanderthal si estinsero in Europa tra i 41.000 e 39.000 anni fa, con l'ultimo gruppo che scomparve dal sud della Spagna 28.000 anni fa. Il confronto del DNA tra i Neanderthal e l'Homo sapiens suggerisce che entrambi si discostarono da un antenato comune tra i 350.000 e 400.000 anni fa. Questo antenato era probabilmente l'Homo heidelbergensis. Heidelbergensis ebbe origine tra gli 800.000 e 1.300.000 di anni fa, e visse fino a circa 200.000 anni fa.

giovedì 18 maggio 2017

Perché non c'é il pericolo di un imminente eruzione nella Caldera dei Campi Flegrei?

Struttura della Caldera dei Campi Flegrei
Il Dirigente di Ricerca dell'Osservatorio Vesuviano Giuseppe De Natale, autore dello studio che é stato travisato, spiega sul gruppo dei Geologi italiani il motivo per cui non vi é attualmente una risalita di magma che determini l'innalzamento del suolo. "Perchè le stesse variazioni geochimiche nelle fumarole escludono che attualmente ci sia presenza di magma in livelli superficiali. Le ipotesi di Chiodini le abbiamo ampiamente e dettagliatamente confutate, indicando anche la sorgente dei 'malintesi' (ossia degli errori nel trattamento termodinamico). Per quanto riguarda l'ipotesi del 'Lago di magma' (D'Auria et al., 2015) si basa su un modello, quello di Macedonio et al. (non ricordo la data, dovrebbe essere 2013) che rappresenta una situazione 'ad hoc' non compatibile con quella flegrea (dovrei dire anche in questo caso 'è errato', ma in realtà matematicamente funziona e fisicamente no). In parole povere, gli autori ipotizzano che l'episodio di maggior sollevamento del periodo 2012-2013 sia imputabile ad un afflusso di magma in superficie; ma quell'espisodio, analogamente a quelli del 1989, 1994, 2000, 2006, implica un piccolo sollevamento e poi un abbassamento (solo che nel 2013 non si vede l'abbassamento perchè l'episodio si sovrappone ad un trend in salita). Ora, non c'è alcuna possibilità reale che un magma in risalita produca prima un sollevamento e poi un abbassamento (Macedonio et al. dicevano fosse possibile, ma appunto il loro modello è fisicamente irrealistico). Queste sono le uniche due ipotesi 'primarie', il resto dei lavori sono più o meno 'copie', ossia con dati poco vincolanti che poi vengono 'pilotati' nelle conclusioni 'in accordo' ai lavori più 'accreditati'. Ovviamente, quando dico che 'non c'è magma negli strati superficiali' mi riferisco al periodo 2005-2017. Perchè dal 1970 al 1984 (in un intervallo non definibile tra le due date) i dati geochimici indicano chiaramente che ci fu migrazione di magma in strati superficiali (circa 0.1 km3 di magma intruso). Ma questo magma, sempre dai dati geochimici, risulta non più attivo (cioè solidificato per raffreddamento) dal 2003 circa". Riferimento bibliografico: Moretti et al., (2017) A geochemical and geophysical reappraisal to the significance of the recent unrest at Campi Flegrei caldera (Southern Italy).

martedì 16 maggio 2017

Radiazioni cosmiche in aumento del 13 per cento dal 2015

Nel grafico abbiamo: in ascissa il tempo e nell'ordinata i valori dei raggi cosmici
Il grafico mostra l'aumento delle radiazioni cosmiche rilevate dal Marzo 2015 fino a Maggio del 2017
Immagine del NASA/JPL-Caltech/SwRI

Quasi una volta alla settimana, Spaceweather.com e gli studenti di Earth to Sky Calculus liberano dalla California i palloni aereostatici che raggiungono la stratosfera. Questi palloncini sono dotati di sensori che rilevano le radiazioni dei Raggi Cosmici. I raggi cosmici possono sfiorare le nuvole, attivare un fulmine e penetrare negli aeroplani. Inoltre, ci sono vari studi ( 1, 2, 3, 4) che collegano li collegano all'aumento delle aritmie cardiache e alla morte cardiaca improvvisa. Le ultime misurazioni mostrano che si sono intensificate del 13% dal 2015. Ma perché aumentano? La ragione principale è il Sole. Quando si verificano le Esplosioni di Massa Coronale (CME), queste spazzano via i raggi cosmici prima che raggiungano la Terra. Durante il Massimo Solare, i CME sono abbondanti e i raggi cosmici sono contenuti. Attualmente, il Ciclo Solare si muove verso il minimo solare, permettendo il ritorno dei raggi cosmici. Un altro motivo potrebbe essere l'indebolimento del campo magnetico della Terra, che aiuta a proteggerci dalla radiazione spaziali.

venerdì 12 maggio 2017

L'ultimo viaggio dell'ammonite

Siamo a Solnhofen, 150 milioni di anni fa, (Titoniano). In una laguna poco profonda e semi-tropicale un guscio di Ammonite ormai deceduto viene trasportato dalla corrente per 8,5 metri. Sono state rinvenute tracce fossili di altri ammoniti nel calcare di Solnhofen ma mai nessuna é stata così lunga. Il gruppo di ricerca ha utilizzato una tecnica di modellazione 3D per digitalizzare l'intero percorso, infine, i paleontologi hanno assemblato ben 600 fotogrammi per realizzare il filmato intero. Lo studio, Lomax et al., (2017), ha evidenziato che l'ammonite deceduto potrebbe aver galleggiato  per un determinato periodo di tempo nella colonna d'acqua, prima che avvenisse la dissipazione dei gas che gli consentivano di galleggiare. Durante l'affondamento, raggiunse il fondale della laguna e venne trasportato dalle correnti. Questo significa anche che l'ambiente marino era molto calmo, con una corrente costante, tipico di una laguna con acque poco profonde. Se la corrente fosse stata più forte, l'ammonite avrebbe probabilmente rimbalzato. 
Traccia di Ammonte fossilizzata su calcare esposta presso un Museo. Foto di Àlex Ossó.

Traccia di Ammonte fossilizzata su calcare esposta presso un Museo. Foto di Àlex Ossó

Scoperto in Perù l'antenato più antico delle balene, il Mystacodon selenesis

Scavo dello scheletro fossile del Mystacodon selenesis scoperto a Media Luna, nel deserto costiero del Perù (foto G. Bianucci).
  Lambert et al., (2017)
Illustrazione artistica di Alberto Gennari
In un’area desertica del Perù, dove ora c'é Media Luna, un piccola communità che si trova a 12 minuti dalla città di Urubamba, sono stati rinvenuti alcuni reperti fossili di un misticeto risalente a 36 Ma. che possedeva ancora - in dimensioni ridotte - gli arti inferiori e i denti. La scoperta molto importante sotto il profilo evolutivo di questo sottordine di cetacei, é stata effettuata da un gruppo Internazionale di paleontologi e di geologi delle Università di Pisa, di Camerino, dei Musei di Storia naturale di Parigi, Bruxelles e Lima, ed è stata pubblicata sulla rivista Current Biology, O. Lambert et al., (2017). Il ritrovamento di questo fossile é avvenuto in una zona ormai nota ai geologi, conosciuta come il Bacino di Pisco, in cui sono stati scoperti diversi reperti di antichi rettili marini, squali e uccelli. L'area nel tardo Eocene, era ricoperta dal mare, in seguito, a causa delle spinte tettoniche ha subito un sollevamento rendendo possibili le varie scoperte. Giovanni Bianucci, paleontologo del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, che ha partecipato allo scavo e allo studio del fossile spiega in un intervista rilasciata alla National Geographic: “Era una balena molto diversa da quelle che nuotano nei nostri mari, in quanto conservava caratteri primitivi, come la presenza delle zampe posteriori, seppur estremamente ridotte, e denti robusti. In più era più piccolo delle balene di oggi: meno di quattro metri di lunghezza, contro gli oltre 30 raggiunti dalla balenottera azzurra. Le scoperte precedenti, in particolare quelle relative ai basilosauri, gli ultimi archeoceti, avevano ben documentato i passaggi dalla terra ferma al completo adattamento all’ambiente acquatico. Ma era ancora poco chiaro come fosse avvenuto il passaggio dai basilosauri ai due gruppi ancora viventi, gli odontoceti e i misticeti. È interessante notare come questo misticeto fosse dotato, come i basilosauri, di zampe anteriori, caratteristica che non si ritrova invece più nei misticeti viventi”. Claudio Di Celma, geologo della Scuola di Scienze e Tecnologie dell’Università di Camerino che ha curato lo studio stratigrafico dell’area di ritrovamento del fossile, spiega, in un intervista rilasciata alla National Geographic: “Lo studio ci ha permesso di datare il reperto in modo preciso. Abbiamo raccolto numerosi campioni di roccia nei diversi strati affioranti, compreso quello che conteneva lo scheletro della balena; i microfossili trovati all’interno dei campioni hanno permesso al collega Etienne Steurbaut di datare a 36 milioni di anni fa i resti del cetaceo”.