venerdì 20 ottobre 2017

E' nebbia o smog, l'alone grigio bluastro che si vede sopra la Pianura Padana?

Foto scattata da Paolo Nespoli il 18 Ottobre del 2017. Sul sito della NASA Overview é possibile osservare le rilevazioni degli aerosol effettuate dai Satelliti.
 Alexander Gerst dell'Agenzia Spaziale Europea ha scattato
Il 30 ottobre 2014 questa foto quando era a bordo della ISS. 
Gli scienziati della NASA Earth Observatory hanno posto la domanda allo scienziato specializzato nelle scienze atmosferiche Rudolf Husar, che lavora presso la Washington University e studia l'inquinamento atmosferico da oltre 40 anni. La nebbia staziona nella troposfera inferiore, ed é formata quasi completamente da gocce d'acqua sospese nell'aria, di solito appare bianca nelle immagini a colori naturali. Lo smog industriale si forma in ambienti freschi e umidi e contiene un gran numero di particelle di aerosol che lo rendono grigio. Da notare che lo smog industriale, a volte chiamato zolfo o smog nero, è distinto dallo smog fotochimico, che si sviluppa tipicamente in condizioni più calde quindi durante l'estate. "Probabilmente è più preciso dire che sia una combinazione di entrambi", ha affermato Husar. "L'area oscura che si osserva sulla valle del fiume Po durante la stagione fredda, deriva dagli effetti combinati dell'inquinamento atmosferico e della nebbia che si verificano naturalmente. In questo caso, l'oscurità bluastra è probabilmente costituita dai residui solidi o liquidi che permangono quando le gocce di nebbia evaporano. Quindi ciò che gli astronauti hanno visto come foschia bluastra durante il giorno appariva in effetti come una macchia di nebbia bianca durante la notte e la prima mattina". Quindi, la valle del Po, avendo un'elvata densità di popolazione, produce abbondanti quantità di inquinanti gassosi e particellari dai veicoli, dalle centrali termoelettriche alimentate a carbone, dalle fabbriche, dagli incendi agricoli e da altre attività umane. Allo stesso tempo, la nebbia spesso si forma nella valle in autunno e in inverno quando le inversioni di temperatura intrappolano l'aria fredda, umida (e talvolta inquinata) in prossimità della superficie.  Husar ha afferma anche che: "Quando si forma la nebbia, gli ossidi di zolfo, gli ossidi di azoto e gli altri gas inquinanti vengono prelevati dalle gocce d'acqua della nebbia stessa. Una volta assorbiti nelle gocce, i gas si ossidano più rapidamente". "Concludendo, la nebbia e l'umidità  accelerano il processo di conversione degli inquinanti gassosi in aerosol che provocano a loro volta la foschia". Bibliografia:

martedì 17 ottobre 2017

Airglow o luminescenza notturna

Foto prelvata dal sito http://auroranightglow.blogspot.it/


Quando la radiazione ultravioletta e i raggi cosmici collidono sulla termosfera tra gli 80 e i 100 Km di altitudine, le molecole e gli atomi che la compongono, in prevalenza azoto 78% e ossigeno 21% circa, si ionizzano, quindi si dividono per poi ricombinarsi emettendo un fascio di luce che avvolge l'atmosfera terrestre, conosciuto in inglese come airglow o luminescenza notturna. Fonti: Atmospheric OpticsUpper Atmospheric Airglow - NASA. 

venerdì 11 agosto 2017

L'uso delle onde sismiche per lo studio delle aree cratoniche

La carta geologica realizzata dall'Istituto di Geofisica di Postdam mostra il cratone dell'Archeano localizzato nel sud dell'India.
I continenti hanno tollerato miliardi di anni di sollecitazioni tettoniche e di deformazioni, ciononostante, esistono ancora oggi, a differenza della litosfera oceanica che a causa della subduzione ha un'età massima di 200 Ma.  I continenti e i loro nuclei interni, o cratoni, sono molto più spessi (> 175 km), e più antichi (> 2 miliardi di anni), più freddi e più dinamici. Tuttavia, le caratteristiche fondamentali, come la dimensione e la forma, sono ancora dibattute a causa delle grandi incertezze riscontrate nelle misurazioni che risultano ingannevolmente dirette, per cui nel complesso appaiono complicate. I cratoni continentali sono dei corpi rigidi composti da crosta e mantello, il loro spessore è stato ritenuto correlato alla temperatura e si estende fino a profondità che variano da 250 a 350 km. Nella pagina 580 di questo numero pubblicato su ScienceTharimena et al. (2017), gli scienziati hanno utilizzato la tecnica della sismica a riflessione all'interno di tutti i cratoni terrestri per rilevarne lo spessore. L'intensità osservata, suggerisce che, la base della placca cratonica, è definita da una fusione parziale del mantello composto da silicati e non dalla temperatura. 
Sezione dell'inteno della Terra, da Tharimena et al. (2017).

mercoledì 9 agosto 2017

Gas a effetto serra come innesco primario per tre delle cinque principali crisi biotiche del Fanerozoico

Serie temporale che mostra la posizione e l'evoluzione dei Trappi siberiani: A) Identificazione del bacino B) Fase iniziale di risalita magmatica C) Fase secondaria con riscaldamento diffuso e rilascio di gas a effetto serra (CO2, CH4) durante il contatto con le rocce metamorfiche D) Riduzione delle emissioni dei gas e aumento dei filoni costituiti da intrusioni che si ramificano da una massa magmatica e si diffondono nelle rocce circostanti in modo orizzontale. E) Declino ulterione delle emissioni dei gas e persistenza dei filoni.
L'immagine mostra la duranta temporale delle crisi biotiche in relazione alla durata delle emissioni delle Large Igneous Provinces (LIPs)
Le estinzione di massa sono state caratterizzate da un crollo catastrofico della biosfera con una successiva riorganizzazione. La loro natura brusca necessita di un innesco simile e di breve durata, in cui spesso é implicato il magmatismo delle province magmatiche (LIP). Tuttavia, l'attività delle grandi province ignee ha una durata maggiore rispetto alle estinzioni di massa. Pertanto, se le grandi province ignee rappresentano un innesco efficace, per poter arrecare danni all'ambiente deve sussistere un subintervallo di magmatismo. L'inizio della più grave estinzione della Terra avvenuta al termine del Permiano, coincide con un cambiamento repentino della posizione della grande provincia ignea delle trappole siberiane contemporanee, dalle inondazioni alle intrusioni. Questo studio, S. D. Burgess et al., (2017), identifica come innesco dell'estinzione, l'aumento dei filoni costituiti dalle intrusioni che si ramificarono e si diffusero nelle rocce circostanti in modo orizzontale FIG 1(D). Il calore emesso da queste sabbie, espose i sedimenti fossili volatili e inattivi ​​ liberando ingenti volumi  di gas a effetto serra necessari per indurre l'estinzione. Queste osservazioni suggeriscono che le grandi province ignee formate da sabbia sono più suscettibili nell'innescare catastrofi e cambiamenti ambientali globali rispetto alle rocce basaltiche. Il magmatismo delle (LIP) e le relative emissioni dei gas a effetto serra hanno determinato l'innesco principale per tre delle cinque principali crisi biotiche di Fanerozoico, di cui, l'evento nel Permiano rappresenta la più grave crisi biotica mai avvenuta, che caratterizzò l'evoluzione della vita sulla Terra 2,3,4. Sebbene siano state proposte altre cause per l'estinzione finale di Permiano 5,  la teoria della connessione causale tra il magmatismo delle LIP dei Trappi Siberiani e questa estinzione di massa detiene un ampio consenso. Questa connessione causale tra i due fenomeni è sostenuta da prove con una coincidenza temporale impressionante 4, 6,7,8,  caratterizzata da una rapida introduzione degli isotopi di carbonio nel sistema marino 8, 9 e da un brusco aumento della temperatura globale del mare di circa 10 °C 10. Queste evidenze indicano inequivocabilmente un impatto massiccio, di breve durata, dei gas ad effetto serra (ad esempio, CO2, CH4) nell'atmosfera, che si pensa sia stato generato dal metamorfismo dei sedimenti crostali, verificatosi durante la diffusione del magma delle LIP 12, 13, oppure durante la fusione verificatasi alla base della litosfera14 . Tuttavia, ci sono tre problemi che complicano i legami causali proposti tra l'estinzione di massa e il magmatismo delle LIP. La prima è una disparità significativa nei tempi in cui si verificò il magmatismo delle LIP e l'estinzione di massa; Il magmatismo durò tra i 500 Ka e 1 Ma, con esempi multipli che durano fino a 50 Myr (Fig. 1) (Karoo-Ferrar), mentre l'estinzione di massa avvenne all'ordine di <100 Ka 4, 8, 15,16,17,18 (Fig. 1). La seconda è la collocazone temporale relativa all'ubicazione gografica dele LIP e all'estinzione di massa. In alcuni casi, la formazione delle LIP ebbe inizio centinaia di migliaia di anni prima dell'estinzione di massa, con scarse risposte negative percepibili nella biosfera durante le voluminose eruzioni 4, 15, 19. In terzo luogo, non tutti gli eventi delle LIP sono associati a un cambiamento climatico significativo 20, 21. Dato che le LIP sono composte da componenti ignei multipli (ad es. Rocce piroclastiche), spesso collocati in tempi diversi e su intervalli variabili, in cui è necessario valutare criticamente l'aliquota del volume magmatico totale. Inoltre, quale tratto di questa porzione lo distingue dal volume magmatico rimanente? Il volume responsabile deve essere dimostrato immediatamente prima e possibilmente durante l'estinzione di massa e deve avere la capacità di innescare un massiccio rilascio dei gas a effetto serra. La geocronologia recente sulle trappole siberiane, il magmatismo delle LIP e l'estinzione del fine Permiano hanno evidenziato un'associazione temporale distinta tra questi due fenomeni, ma senza individuare in modo univoco e specifico il tasso di estinzione 4, 8. Questo quadro temporale tuttavia consente una valutazione dettagliata della relazione causale presunta tra il magmatismo e l'estinzione per determinare quale subintervallo dei trappi siberiani ha indotto l'estinzione di massa e perché questo particolare magma fosse così mortale.

martedì 1 agosto 2017

Negazionisti o scettici? Un'infografica non ha nessuna valenza scientifica

Nel Luglio del 2017, é stato pubblicato in un gruppo un articolo di climatologia dal titolo: Global Temperature Trends From 2500 B.C. To 2040 A.D. Inizialmente, sono stato attratto dalla grafica e dai colori, ma dopo qualche secondo ho capito che non aveva nessuna validità sotto il profilo scientifico. Ora, queste immagini, come tante altre, vengono utilizzate per dimostrare l'indimostrabile, alcuni confondono la scienza con la pseudoscienza. Questa infografica, e non grafico, é colma di errori grossolani: 1) I due autori non hanno pubblicato nella didascalia neanche un riferimento bibliografico, e già questo sarebbe sufficiente per capire che non é attendibile. 2) Nell'asse dell'ordinata non sono stati specificati i valori della temperatura 3) Quando si ricostruisce l'andamento di un forzante radiativo in un grafico, in questo caso la t., l'oscillazione non é cosi lineare e arrotondata come appare nella figura. 4) I due autori sono noti a tutti nel settore della climatologia perché negano le cause antropiche dell' AGW, 5) L'infografica vorrebbe dimostrare che le oscillazioni della temperatura sono correlate a fenomeni naturali, questo é vero prima delle attività umane ma non negli ultimi 130 anni (pubblicazioni NASA GISS). 6) Attribuire il riscaldamento degli Oceani all'attività vulcanica e affermare che la CO2 é un inquinante mi fa pensare che gli autori non possiedano neanche un minimo di nozioni di fisica di base. La causa del riscaldamento degli Oceani é ormai nota in letteratura, Gleckler et al., (2012).
Questo invece é un grafico attendibile, infatti non é bello, ma questa é la scienza. Osservate come l'oscillazione temporale della t. risulti frastagliata. Il grafico mostra le variazioni della temperatura degli ultimi 2000 anni rispetto alla media del 1961-1990, basata su dati proxy (anelli degli alberi, carotaggi di ghiaccio e coralli) e sui dati moderni rilevati dal termometro. Negli ultimi due millenni, il clima si è riscaldato e raffreddato, ma non risultano precedenti episodi di riscaldamento così intensi e rapidi come gli ultmi 130 anni. Questo grafico di Fiona Martin, della Sezione di Paleoclimatologia della NOAA, é stato adattato dalla Figura 34.5 nella Conferenza Nazionale del Clima, sulla base dei dati dello studio di Mann et al., (2008).

lunedì 31 luglio 2017

Surriscaldamento globale e cambiamenti climatici amplificati nel Mar Mediterraneo

Osservazione della variazione di salinità effettuata nel Canale di Sicilia tra il 1992 e il 2017 a 400 metri di profondità.
Nella figura A sono evidenziate le varie misurazioni della profondità: nell'area gialla l'acqua é più profonda, nella rossa è ad un livello intermedio. Le frecce indicano la direzione della circolazione, l'area arancio indica una maggiore salinità. 
Il Mar Mediterraneo è un mare geograficamente marginale di media latitudine particolarmente sensibile al cambiamento climatico, come é stato dimostrato da due recenti studi pubblicati su Scientific Reports a cui hanno partecipato anche il CNR-ISMAR, la National Oceanography Centre (Noc) di Southampton (Uk) e l'Institut National des Sciences et Technologies de la Mer (Instm) di Salamboo (Tunisia): Schroeder K. et al., (2015), K. Schroeder et al., (2017). Il Canale di Sicilia è un punto di strozzatura che separa il mare in due bacini principali: il Mediterraneo orientale, che ha un fondale frastagliato dominato dal sistema della dorsale Mediterranea, e il Mediterraneo occidentale, delimitato dal canale di Sicilia e caratterizzato da ampie piane abissali.  Nello studio del 2017, Schroeder e i colleghi hanno analizzato i dati a lungo termine del canale della Sicilia (1993-2016), inerenti alle proprietà termoaline dell'acqua situata ad una profondità intermedia. I ricercatori hanno scoperto che la tendenza é caratterizzata da un aumento di temperatura e di salinità molto più intenso di quella osservato alle stesse profondità in tutti gli Oceani terrestri. Per ulteriori approfondimenti leggere il Comunicato Stampa del CNR.

venerdì 21 luglio 2017

Analisi funzionale e biomeccanica della locomozione bipede del Tyrannosaurus rex



Sellers et al., (2017) hanno descritto su PeerJ due studi sulla biomeccanica locomotoria del T. rex. Il Tyrannosaurus rex è stato uno dei più grandi predatori terrestri bipedi che sia mai esistito, e in quanto tale, rappresenta un modello biologico utile per la comprensione degli adattamenti morfofunzionali e dei vincoli dovuti alle dimensioni del corpo (Brusatte et al., 2010). La capacità di correre del T. rex e di altri dinosauri di notevoli dimensioni è stata fortemente discussa in letteratura (Bakker, 1986; Hutchinson & Garcia, 2002; Paul, 1998; Paul, 2008; Sellers & Manning, 2007) come gli stili di vita e i comportamenti dei grandi dinosauri teropodi (Bakker, 1986; Carbone, Turvey & Bielby, 2011; Farlow, 1994; Holtz Jr; 2008; Paul; 1998; Paul; 2008; Ruxton & Houston, 2003). Tuttavia, nonostante un secolo di ricerca, dal lavoro di Osborn (1916) sull'anatomia degli arti dei tirannosauri, non resta un consenso su una velocità massima più precisa per il T. rex.  Studi anatomici (Bakker, 1986; Paul, 1998; Paul, 2008), tra cui alcuni che impiegano un certo grado di metodi quantitativi biomeccanici (Paul, 1998), hanno proposto una velocità molto più elevata (fino a 20 ms-1) che corrisponde ad un alto livello atletico, nonostante la mole di questi teropodi. Questi studi citano gli arti lunghi e gracili del T. rex come una caratteristica adattabile chiave che indica un solido rapporto (Christiansen, 1998) con queste velocità assolute (Bakker, 1986, Paul, 1998, Paul, 2008) (People & Currie, 2011). Al contrario, alcuni approcci biomeccanici più diretti e quantitativi hanno favorito delle velocità intermedie (Farlow, Smith & Robinson, 1995; Sellers & Manning, 2007) o velocità molto più ridotte per il T. rex, includendo nella loro gamma predittiva un'incapacità di raggiungere la vera corsa (Gatesy, Baker & Hutchinson, 2009; Hutchinson, 2004b; Hutchinson & Garcia, 2002). Gli approcci biomeccanici sottolineano i principi ben noti (Biewener, 1989, Biewener, 1990) come quello classico che, maggiore é il peso minore sarà la velocità, Alexander, 1977; Alexander & Jayes, 1983; Marx, Olsson & Larsson, 2006; Medler, 2002). I modelli biomeccanici incorporano intrinsecamente caratteri anatomici (ad esempio, proporzioni degli arti) su cui si basano valutazioni qualitative più tradizionali, ma richiedono anche definizioni quantitative per i parametri del tessuto molle associati alla distribuzione di massa e alle proprietà muscolari. Questi parametri del tessuto molle non si sono quasi mai conservati nei fossili di dinosauro e quindi devono essere stimati indirettamente. In genere i limiti minimi e massimi posti su tali parametri, sono stati ricavati in base ai dati degli animali vivi (Hutchinson, 2004a, Hutchinson, 2004b, Hutchinson & Garcia, 2002) e/o modelli di computer aggiuntivi (Bates, Benson e Falkingham, 2012; Hutchinson et al., 2005; Sellers et al., 2013). Tuttavia, questi approcci producono campi molto ampi per i parametri del tessuto molle nei dinosauri che si traducono direttamente in valori imprecisi per le stime delle prestazioni, come la velocità di esecuzione (Bates et al., 2010). Così, mentre gli approcci biomeccanici sono più espliciti e diretti dalla loro inclusione di tutti i principali fattori anatomici e fisiologici che determinano la capacità di corsa, la loro utilità all'interno della paleontologia in generale è stata gravemente limitata da elevati livelli di incertezza associati ai tessuti molli. Di conseguenza, le stime per la velocità di marcia del T. rex ricavate dai modelli biomeccanici variano da 5 a 15 m/s (Gatesy, Baker & Hutchinson, 2009, Hutchinson, 2004b, Hutchinson & Garcia, 2002, Sellers & Manning, 2007). Una soluzione sarebbe quella di trovare le informazioni in una morfologia scheletrica conservata che potrebbe essere usata per ridurre la dipendenza predittiva dei modelli biomeccanici sui tessuti molli. È stato recentemente suggerito che il carico osseo possa essere utilizzato per migliorare la ricostruzione degli apparati locomotori dei vertebrati fossili escludendo gli attacchi che portano a carichi scheletrici eccessivamente elevati (Sellers et al., 2009). È molto probabile che in molti casi gli scheletri dei vertebrati si siano ottimizzati per le prestazioni locomotorie in modo tale che le sollecitazioni  di picco potessero raggiungere il 25-50% della loro limite, indicando un fattore di sicurezza tra due e quattro (Biewener, 1990). Esistono rare eccezioni  in cui le ossa lunghe sono notevolmente più forti di quelle richieste (Brassey et al., 2013a), ma in generale questo compromesso tra massa corporea e capacità portante sembra essere un adattamento anatomico diffuso che si riscontra negli invertebrati e nei vertebrati (Parle, Larmon & Taylor, 2016). Le nostre precedenti simulazioni di locomozione bipede dei teropodi (Sellers & Manning, 2007), non considerano direttamente il carico scheletrico, ma calcolano le forze di reazione congiunte che possono essere utilizzate direttamente per stimare il carico osseo utilizzando la metodologia meccanica (Brassey et Al., 2013c). Tuttavia, lo studio conclude e dimostra che, includere molteplici modalità fisiche migliora le  ricostruzioni della biologia locomotoria degli organismi antichi e suggerisce una migliore comprensione dei vincoli meccanici connessi alle grandi dimensioni del corpo. Quindi, questo lavoro pubblicato su PeerJ, per poter essere convalidato appieno, dovrebbe essere confrontato con altri studi sperimentali effettuati sulle specie bipedi esistenti.

giovedì 13 luglio 2017

Il sito geologico di Orgues of Ille-sur-Têt

Fotografia prelevata da Wikipedia.
Fotografia di Xavier Varela Pinart
Le Orgue di Ille-sur-Têt sono dei rilievi rocciosi, conosciuti in inglese come badlands, situati nei pressi dei Pirenei orientali della Francia meridionale. Questi affioramenti di argilla si sono depositati circa 4-5 milioni di anni fa e sono stati scolpiti principalmente dalle intense precipitazioni e dalle inondazioni. Riferimento: Orgues of Ille-sur-Têt Badlands - NASA EPOD. 

martedì 11 luglio 2017

Il Nord Italia avrà le temperature estive dell'attuale Egitto entro il 2100

Le estati sulla Terra sono già più calde di quanto dovrebbe essere, e diventeranno più calde entro la fine del secolo se l'immissione dell'anidride carbonica continuerà ad aumentare. Questo problema sarà sentito più intensamente nelle città. La crescita rapida e incontrollata della popolazione mondiale associata all'effetto urbano dell'isola di calore renderà le città molto calde con temperature medie che aumenteranno di circa di 7,8 °C.  Attualmente, circa il 54 per cento della popolazione mondiale vive nelle città, e entro il 2050 la popolazione urbana dovrebbe crescere di 2,5 miliardi di persone. Questo a sua volta rappresenta una minaccia la salute pubblica e per l'economia. Per illustrare il futuro delle città e le scelte che le autorità preposte dovranno affrontare, Climate Central ha realizzato un grafico interattivo in collaborazione con l'Organizzazione Meteorologica Mondiale, che mostra come potrebbero essere in futuro le temperature durante l'estate in ciascuna di queste città, confrontandole con altre città poste ad una latitudine diversa.  Ad esempio, lo scenario peggiore, attribuisce alla mite città di Ottawa in Canada, un clima tropicale uguale alla città di Belize entro il 2100. L'area che comprende le montagne nei pressi di Kabul in Afghanistan, potrebbe diventare come la costa di Colombo in India. Il Cairo che é già caldo,  potrebbe raggiungere temperature come Abu Dhabi. La temperatura media del terreno è destinata a salire di 8,6 °C, ma a causa delle ubicazioni geografiche, alcune città si riscalderanno molto di più. Sofia, in Bulgaria, subirà la variazione termica più importante a livello globale, con temperature che aumenteranno di quasi 8 °C entro il 2100. Questo renderebbe le sue estati più simili a quelle di Port Said in Egitto. Napoli raggiungerà i 33,7 °C come il Cairo. Torino raggiungerà, dagli attuali 20,3 °C, i 27,5 °C. Quindi entro il 2100 le temperature estive nei centri urbani in Italia potrebbero raggiungere una media di 32/33 °C. Affrontare un caldo meno estremo rende l'adattamento più facile e meno costoso. Ecco perché migliaia di sindaci di tutto il mondo si sono uniti e impegnati per ridurre le emissioni delle rispettive città. 

lunedì 10 luglio 2017

La Roccia di Gibilterra

Foto pubblicata sul sito i.ytimg.com
Fotografia pubblicata sul sito sharewonders.com
Immagine tratta dal sito summitpost.org 
La Roccia o Rocca di Gibilterra è un promontorio il cui crinale principale é caratterizzato da una cresta con cime che si ergono fino a 400 m sopra il livello del mare. Questo monolite formato da calcari e da dolomiti del Giurassico inferiore, Rodrıguez-Vidal J. et al., (2004) é un prolungamento roccioso costituito da una piega rovesciata. Gli strati sedimentari più antichi che compongono la Roccia di Gibilterra sovrastano quelli più recenti. Questi strati, che sono notevolmente fagliati e deformati, fanno parte della Formazione di scisto della Baia Catalana (più recente), la Formazione di scisto della Piccola Baia (la più antica) e la Formazione della Scala Dockyard (età sconosciuta). Sebbene sia una formazione costituita prevalentemente da scisto, contiene anche unità spesse composte da arenaria marrone di origine calcarea e arenaria scura morbida intercalata da calcare blu,  grigio-verde intarsiato con grigio scuro. La formazione della scisto della Baia Catalana contiene frammenti di spine fossili di Echinoidea non identificabili, frammenti di Belemniti e rari Ammoniti, Rose, E. P. F. & M. S. Rosenbaum (1991). I fossili includono anche vari Brachiopodi, Coralli, Gasteropodi, Pelecipodi e Stromatoliti. 

giovedì 6 luglio 2017

Le Falesie della Scala dei Turchi ad Agrigento

Fotografia tratta da canalblog.
Fotografia di Valentina De Santis.
Foto tratta da Wikipedia.
Nelle foto possiamo ammirare gli effetti delle variazioni eustatiche del Mediterraneo costituite da  un'alternanza ciclica di calcilutiti e marne calcilutitiche a microforaminiferi della Formazione Trubi situata in località Scala dei Turchi ad Agrigento, lungo la costa tra Realmonte e Porto Empedocle. Questa formazione geologica che risale al Pliocene, di origine pelagica, é costituita prevalentemente dai gusci carbonatici di microfossili, nello specifico Foraminiferi planctonici (globigerine), depositatisi per decantazione in un fondale marino profondo.  La parte più antica di questa deposizione che risale al Miocene superiore, riguarda la successione del Messiniano, costituita da strati di gesso che documentano un rilevante episodio di evaporazione. I depositi plio-pleistocenici in Sicilia sono distribuiti prevalentemente nel settore centro-orientale dell’Isola (“Bacino di Caltanissetta”). Sul bordo settentrionale del “Bacino di Caltanissetta” sono riconoscibili tre cicli sedimentari, di cui il più antico comprende sostanzialmente i Trubi, ed è riferibile al Pliocene inferiore. Tale successione, dal carattere marcatamente regressivo, appartiene ad un intervallo cronologico che va dal Piacenziano al Calabriano. I Trubi sono costituiti da un’alternanza ciclica di marne e calcari (fig:1,2,3) di colore variabile che vanno dal bianco al crema al giallastro o al bruno, con ricco plancton calcareo, in strati generalmente piano-paralleli spessi mediamente 20cm, localmente anche metrico. Lo spessore complessivo della formazione può raggiungere il centinaio di metri. Alla base localmente è presente un orizzonte clastico, noto col termine di Arenazzolo, e la cui composizione dipende essenzialmente dai termini del substrato. Le associazioni a foraminiferi sono caratterizzate, nei livelli basali della successione.Il contenuto faunistico è ben conservato e diversificato. Le associazioni a foraminiferi sono caratterizzate, nei livelli basali della successione, da Sphaeroidinellopsis seminulina e Globorotalia margaritae (Biozona MPl2 di CITA, 1975) e nei livelli sommitali da G. margaritae e G. puncticulata (Biozona MPl3). Le associazioni a nannofossili sono caratterizzate da Calcidiscus leptoporus, C. macintyrei, Discoaster brouweri, D. pentaradiatus, D. surculus, Helicosphaera carteri, H. sellii, Reticulofenestra pseudoumbilicus, Sphenolithus spp. (biozone MNN12-MNN13 di RIO et alii, 1990).  RIFERIMENTO:  GEOLOGIA DELLA SICILIA - IL DOMINIO OROGENICO - ISPRA.
Variazione del livello dei mari durante il Pliocene-Miocene. Haq et al., (1987).

sabato 1 luglio 2017

Tre parametri per monitorare l'attivià dei Campi Flegrei

Un nuovo studio pubblicato su Nature Chiodini et al., (2017), dimostra che la sismicità di fondo nei Campi Flegrei aumenta in relazione alla deformazione del suolo e alla concentrazione dei gas fumaroloci. L'aumento dell'attività sismica nel tempo è ampiamente correlata ai risultati delle recenti simulazioni ottenuti eseguendo la modellazione dell'iniezione di fluidi magmatici nel sistema idrotermale dei Campi Flegrei. Queste variazioni indicano che esiste un unico processo inerente all'incremento della pressione della temperatura del sistema idrotermale che controlla i segnali geofisici e geochimici nella caldera. I risultati dei ricercatori mostrano, quindi, che i dati sul monitoraggio della sismicità di fondo risultano essere un ottimo parametro per controllare l'attività vulcanica della Caldera. Le deformazioni della terra, la sismicità e le variazioni geochimiche sono osservazioni indipendenti, ma mostrano lo stesso schema temporale. Esse indicano quindi un processo unico che controlla la crisi in atto dei CFc. Ogni osservazione, in particolare il segnale sismico, ha un ottima correlazione con i risultati (massa dei fluidi iniettati e  temperatura) del modello termofluidodinamico e delle ripetute iniezioni di fluidi magmatici ad alta temperatura nel sistema idrotermale che alimenta le fumarole della Solfatara. Queste correlazioni sono rilevanti e sicure, in quanto i dati sismici, i dati geodetici e i rapporti tra CO/CO2 non sono stati utilizzati per limitare il modello numerico. 

giovedì 29 giugno 2017

La prima immagine ad alta risoluzione della supergigante rossa Betelgeuse é del Telescopio ALMA

Betelgeuse fotografata in alta risoluzione per la prima volta.
Questa immagine ad alta risoluzione del telescopio Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA), mostra un confronto tra Betelgeuse, il Sole al centro, Mercurio, Venere, la Terra, Marte, Giove e Saturno e le relative distanze.
Betelgeuse è una supergigante rossa in una fase avanzata della sua evoluzione, gli scienziati non sanno ancora con esattezza quando esploderà diventando una supenova. Quando si verificherà questo evento, l’esplosione sarà visibile fino alla Terra anche di giorno. Betelgeuse atttualmente, risulta una delle stelle note più grandi, con un raggio maggiore di 1400 volte rispetto a quello del Sole. E' posizionata ad una distanza di circa 600 anni-luce, nella costellazione di Orione (il cacciatore). Il fatto che la supergigante rossa  fonda l'idorgeno in elio molto intensamente, spiega la sua 'breve' vita ed evoluzione. Gli scienziati hanno calcolato che esiste da circa 8 milioni di anni di anni.  Riferimento: Betelgeuse ripresa da ALMA - ESO.
Nel diagramma di Hertzsprung-Russell  Betelgeuse è stata ubicata nel ciclo evolutivo delle supergiganti rosse. Fonte: Hertzsprung-Russell Diagram - ESO.

mercoledì 28 giugno 2017

L'impatto dell'uomo sulla biodiversità in relazione alla sesta estinzione di massa

Infografica tratta dalla rivista NewScientist
Le estinzioni di massa rappresentano un modello importante nella macroevoluzione. A causa della loro frequenza, rapidità e degli effetti globali, hanno modellato la biodiversità sulla Terra per diverse volte durante le varie Ere geologiche. Come fattore integrativo nei confronti dei processi microevolutivi, le estinzioni di massa sono dovute ad un probabile insieme di cause: intense eruzioni basaltiche, impatti di asteroidi/meteoriti, cambiamenti climatici globali, glaciazioni e deriva dei continenti. Recentemente é stata proposta un'analogia confrontando i tassi e le quantità delle estinzioni con il numero di perdite delle specie viventi. Negli ultimi secoli e millenni, stiamo osservando una tendenza simile, infatti, sebbene l'estinzione sia un fenomeno naturale che si verifica circa una o cinque volte all'anno per ogni specie, gli scienziati stimano che ora stiamo perdendo le specie ad un tasso che risulta da 1.000 a 10.000 volte maggiore, con dozzine di specie che si estinguono  ogni giorno, Chivian, E. and A. Bernstein (2008). Se la riduzione delle specie continua con questa rapidità, entro il 2050 si estingueranno dal 30 al 50 percento di tutte le specie viventi, D. Thomas et al., (2004). Tuttavia, uno studio publicato sui PNAS rivela che dal 1900 al 2015 le specie animali si siano già dimezzate. Secondo un gruppo di illustri evoluzionisti come Edward O. Wilson e Niles Eldredge, esistono le prove del fatto che gli esseri umani stiano causando la cosiddetta "Sesta Estinzione di Massa". Il termine Antropocene, che non é stato ancora ufficialmente approvato dalla Commissione Internazionale di Stratigrafia, inventato da Eugene Stoermer e utilizzato nel 2000 dal Nobel per la chimica Paul Crutzen, significa anche che, l'Homo sapiens è diventato il predatore dominante all'apice della catena alimentare. Questo si evince dalle varie attività umane: la frammentazione degli habitat, la sovrappopolazione, l'inquinamento chimico, l'inserimento delle specie invasive in ecosistemi estranei, l'eccessivo sfruttamento delle risorse nella caccia e nella pesca, hanno prodotto le condizioni che precedono una grave crisi biologica. Secondo uno studio pubblicato su  Nature nel marzo 2011, la sesta estinzione di massa è già in corso,  ciò si potrebbe verificare in pochi secoli, se non venissero introdotte delle norme atte a tutelare le specie che attualmente sono in pericolo, Barnosky et al., (2011). In questo studio, presentato nel 2013 da Telmo Pievani all'Accademia dei Lincei, gli scienziati discussero su dei dati elaborati appositamente per le estinzioni di massa, la ricerca si é basata sull'ipotesi che questi modelli macroevolutivi possano essere prodotti da  tre cause principali e in condizioni simultanee.